Il partito presto delle cose

Il partito presto delle cose

Inaugurazione: 9 dicembre 2018

Sede espositiva: Città della Pieve Palazzo della Corgna

Periodo espositivo: 9 dicembre 2018 al 2 gennaio 2019

Orari della Galleria: dalle ore 10,00 alle 12,00 e dalle 18,00 alle 21,00

Presiente: Bruno Corà

Mostra a cura di: Paolo Bolpagni

Albano Morandi:

Insiemi di forme, singolarità immaginarie Bruno Corà

 

Se si entra nella vasta Wunderkammer (mi si lasci passare il termine se non il senso) del lavoro di Albano Morandi, ben presto ci si accorge, opera dopo opera, per ogni ciclo di creazione, che il suo immaginario, approfittando di ogni inclinazione complice dell’osservatore, ha qualcosa a che fare con il mondo interiore di ognuno. Ma c’è una differenza: essa consiste nella semplice attitudine da parte sua a credere possibile che le idee, i pensieri, i sogni siano trasformabili in forme e che, di conseguenza, si debba condurli a esserlo. E’ proprio questa determinazione, unita a una volontà di offrire il lato unico dell’esperienza individuale e della propria abilità a fare di uno tra molti, l’artista. Una volta varcata questa soglia e iniziatosi alla liturgia creatrice, saranno le opere a dire di quale artista siamo in presenza, piuttosto che il contrario.

 

Confesso che essere arrivato ad oggi nell’esercizio ermeneutico, dopo una lunga, sia pure deresponsabilizzata osservazione e consapevolezza dell’esistenza del lavoro di Morandi mi costringe a riassumere – sull’esperienza di anni di attività e quantità di opere da lui compiute -alcune considerazioni che aiutino (almeno me) a individuare i principi generativi che mi paiono emergere dal suo fare come elementi distintivi, ancorché ognora articolati in esiti diversificati. L’occasione della mostra alla Fondazione Vittorio Leonesia me ne offre l’occasione.

 

La deflagrazione cognitiva che ha mandato in frantumi una ipotizzata integrità della Weltanschauung umanistica, a seguito della tragica lacerazione delle coscienze prodotta col secondo conflitto mondiale, con i suoi campi di sterminio nazisti, i milioni di morti in Europa, le stragi dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki e altri eventi luttuosi, oltre ad aver suscitato nella pittura fenomeni linguistici come l’Informale, ha recato altresì quale onda lunga giunta alle soglie degli anni Ottanta anche l’estetica del ‘frammento’, in buona parte sensibilizzata oltre che nella letteratura, nel teatro, anche in arte, soprattutto nell’idioma poverista (Kounellis, Calzolari, Boetti) e in altre esperienze successive.

 

Ad osservare la produzione di Albano Morandi che è stata variamente da lui allestita negli ambienti della Fondazione, non basterebbe – come si dice correntemente – un anno accademico di riflessioni, soffermandosi sui vari cicli di lavoro. Certamente, in alcuni di loro Morandi rivela e offre delle chiavi che conducono subito alle fonti primigenie dei suoi processi elaborativi. Tra i più recenti, Les chants de la mi-mort, Suggestioni metafisiche (da Savinio) al Cimitero Monumentale in un caldo giorno d’agosto 2015-2016 è eloquente sentiero per introdurre subito ognuno nella passione competente di Morandi per il teatro, per la poesia, per il calembour immaginifico, per la musica, in breve per un tipo di opera ‘totale’, non scevra da una strisciante valenza ironico-apotropaica che, mentre medita ed elabora il pensiero tanatologico presente sottotraccia in più momenti del suo lavoro, ne esorcizza l’invasività nel proprio stato d’animo. Le venticinque ‘icone’, frutto di foto scattate e stampate da Morandi stesso estrapolando solamente i volti di uomini e donne dai monumenti funebri e isolandoli con smalto aureo e cera, nonché circondandoli di ‘nimbi’ di adesivi circolari policromi, poggiati su leggii, offrono allo sguardo del visitatore una frontalità tanto interrogativa quanto provocatoriamente compiaciuta.

 

L’opera, che per certi versi si sintonizza su frequenze diversamente concettuali, con il precedente Apoteosi di Omero, 1972 di Giulio Paolini, ha una spazialità sinfonica, non esente da quel dato ‘frammentario’ o di ‘insieme’ di parti che caratterizza il modo di ‘formare’ l’opera di Morandi. Oltretutto, se in Savinio, a cui pur fa ricorso Morandi, dedicatoriamente, i “Personnages” delle “Scenes drammatiques” Les chants de la mi-mort (1914) appartengono a episodi del Risorgimento, in Morandi la scelta dei suoi “personaggi da rubare a memoria” dal monumentale cimitero milanese sono sovente uomini e donne del XIX secolo e perfino celebri come quello dagli inconfondibili lineamenti di Giuseppe Mazzini. Morandi sembra aver tradotto in immagini i versi di Savinio:

 

«La mort revient et se regarde mort;

cet homme noir qui passe; (…)

haut dans le ciel, ceints de nimbes, volentles deux archers aux flèches invisibles et plaintives…»

 

aderendo egli – da inventore del “Teatro dell’evidenza” a questa sfida suggeritagli in una giornata d’agosto da un appuntamento mancato, nello stato di semi-trance della calda ora, anch’esso dunque di mi-mort, davanti al cimitero

Nel percorso in cui mi aggiro senza osservare itinerari cronologici quanto richiami percettivi, non si può trascurare e interrogarsi su cicli come i “Paesaggi allicinati”, 1989 riferiti ovviamente all’artista di Monte Vidon Corrado, che vantano precedenti nella stessa produzione di Morandi, non meno significativi, come Formichiere – Trampoliere,1986 per l’ideazione di fantomatiche manifestazioni di ectoplasmi esili, fragili, ambiguamente connotati attraverso l’olio e il gesso su carta, su tela, su cartone variamente trattati; oppure quel Cielo fiorito con fiori assenti, 1991 a base di tecniche miste su carta e legno, spesso ispirati dalla letteratura orientale, comunque sempre dotati di un protagonismo araldico o, ancor più, di una determinazione formale che reifica l’identità di segni tanto nati dall’hasard per quanto felicemente definiti.

 

Una parte sensibile del lavoro di Morandi è rivolta inoltre a dialogare con l’arte del suo tempo e con quella del passato, come pure a reperire in oggetti e materiali incontrati nella quotidianità, aspetti e qualità da porre in confronto dialettico con la sua opera o con quella di artisti vissuti o tuttora viventi. La dimensione Tempo- Memoria è dunque costantemente tenuta in considerazione e, all’occasione, rivisitata con humour o melanconica inclinazione. Si osservino in tal senso sia il Ritratto di giovane donna, mentre guarda Alessandro Bonvicino detto il Moretto, con in mano una mia opera, 2017 dalle forti analogie con il ciclo “Les Chants de la mi-mort”, sia le creazioni con la chiamata in causa di opere di artisti la cui adesione è opportunità per una elaborazione condivisa. E’ il caso di Quadratura del cerchio con Lucio Pozzi, 2016-2017 o Processo di pensiero visualizzato con Blinky Palermo, 1972-2017, o Fuoriquadro su ordinazione con Renato Ranaldi, 2017, in cui le opere di Morandi rispettivamente includono, s’inseriscono o infine s’accostano in modo integrato a quelle dei colleghi nominati.

 

Attraverso Gesti quotidiani, 1995-2011 o Gesti ludici, 2006 Morandi ti trascina nelle reti delle sue trame. Così il dispiegamento sulla parete di un ambiente, di centinaia di piccole opere di diversa forma e misura – molto spesso realizzate su supporti di recupero, piccole scatole tonde, ovali, parallelepipede, cubiche, più o meno volumetriche disegnate e dipinte, ma infine velate da una stesura di cera che le ‘distanzia’ temporalmente dal presente in esse immutabile dell’immagine – ci riporta a un grado della frammentazione di tipo monodico.

 

Si tratta di piccoli poemi iconici o aniconici, emblemi ogni volta di una singola modalità lineare, astratta, porzione di una texture monocroma o policroma, insomma sono le ‘Miricae’ del visivo e Morandi ne è il poeta che ne canta e distilla le associazioni e ne celebra la libertà immaginativa. Questa germinazione di immagini che ci tiene a non disseminarsi ma, al contrario, a mantenersi distinta nell’insieme che pur anela, discende dai Quanta, 1959-1960 di Fontana, dalla genealogia degli Ordine e disordine, 1973 di Boetti e non disdegna di confrontarsi con i migliori esempi di neominimalismo statunitense tenuto d’occhio tempisticamente in collezioni come quella di Panza di Biumo. Naturalmente distinguendosene per un’innata inquietudine tipica della koiné linguistica di origine italo-europea.

 

Ho visto e apprezzato anche le opere Via Lattea, 2004 e Colori come suoni, 2006, a base di nastro adesivo di diverse cromie e cera su ready-made. Esempi disinibiti, allegramente rivolti a dimostrare che ancora molto è possibile sperimentare se non si teme di rischiare sconfinamenti e pratiche eretiche. E’ evidente che il problema resta sempre e solo quello di fare tutto con arte. E Albano Morandi dimostra di avere le carte in regola. E se si guarda al molto che resta delle creazioni di Morandi di cui poter ancor dire, si deve però riconoscere che aveva ragione Mauro Panzera che, precocemente tra gli esegeti dell’opera di Albano Morandi, aveva per primo intuito e dichiarato: «Le forme nascono in momenti separati nel tempo ma divengono poi voci dialoganti, patrimonio che Morandi coltiva amorevolmente in rigorosa continuità»

 

Agosto, 2018

Mauro Panzera, in Albano Morandi – Opere 1989-1992, Edizioni Nuovi Strumenti, 1992, s.p.

Hanno collaborato a questo volume

Per i testi: Bruno Corà, Ilaria Bignotti, Mariacristina Maccarinelli

Crediti fotografici: Nicolò Brunelli, Roberto Marossi, Tonino Orlandi

Progetto grafico: Claudia Capelli

Redazione: Nicoletta Rodella

Traduzioni: Ezia Colombo

Coordinamento tecnico: Ludovico Morandi

Ufficio stampa della mostra: Barbara Mastella

Un particolare ringraziamento al Comune di Città della Pieve,

Sindaco Fausto Scricciolo,

Assessore alla Cultura Carmine Pugliese