Il partito presto delle cose

Il partito presto delle cose

Inaugurazione: 12 Maggio 2018

Sede espositiva: Palazzo Bertazzoli a Bagnolo Mella

Periodo espositivo: 12 Maggio al 3 giugno 2018

Orari della Galleria: dalle ore 10,00 alle 12,00 e dalle 18,00 alle 21,00

Albano Morandi. IL PARTITO PRESO DELLE COSE

Di Cinzia Zanetti

Voglio conoscere il progetto espositivo di Albano Morandi. Mi incuriosisce il suo approccio allo spazio che ospiterà la mostra. Ci incontriamo e prima ancora di formulare una domanda lui mi spiega l’origine del titolo “Il partito preso delle cose”

 

Frammenti di conversazione.

Per me il caso è fondamentale perchè è quello che il mondo ti mette a disposizione;

vado in giro a cercare gli oggetti che poi accumulo nel mio studio. Possono passare anni prima che alcuni di loro vengano riutilizzati, fino a quando, un giorno, ricordo di averli. Lo stesso alcuni mesi fa mi successe con il libro di Ponge, Il partito preso delle cose . Ne sentii parlare alla radio e mi ricordai di averlo letto molto tempo prima, utilizzandolo per alcune riflessioni che però non avevano avuto seguito. Il ricordo di quel testo però mi è parso capitare al momento giusto, visto che stavo pensando all’allestimento della mostra e l’idea era quella di portare alcuni oggetti di arredo svuotati dal loro valore utilitaristico e presi in considerazione solo per il loro valore formale.

Ponge infatti cerca di dare una nuova lettura dell’uomo e del suo rapporto con le cose, “scoprire un aspetto sconosciuto delle cose, equivale infatti, a illuminare un angolo oscuro dell’animo umano”.

Si rimane disorientati quando ci si trova davanti ad un oggetto che non assolve più l’utilizzo per il quale è stato creato e con il quale si instaura un rapporto al di là del suo uso. Hai per forza la necessità di vederlo da un punto di vista diverso; è il momento in cui puoi esplorarlo nella sua totalità

L’idea è proprio questa, percepire le cose nella loro essenza, anziché nel loro significato superficiale. Tutto il percorso del mio lavoro, a partire dagli anni ’80, è caratterizzato dal “mettere in evidenza” a partire dalle carte di riso in cui io non facevo altro che mettere in evidenza la struttura della materia di cui la carta era costituita; l’idea era di entrare all’interno delle cose. Cambiare il modo di vedere è secondo me il contributo che l’arte può ancora dare alla società; dare un senso alla visione, fare in modo che le persone riescano a vedere quello che sanno, ma non sanno di sapere.

Ponge attraverso le sue poesie dai titoli semplici e grazie a descrizioni estremamente vivide, permette di capire qualcosa di più di se stessi.

Attraverso l’emozione scaturita grazie all’opera d’arte si toccano delle corde profonde che possono risvegliare sensazioni assopite. E’ una riflessione che ha interessato molta arte del ‘900 per me   fondamentale; la metafisica di De Chirico, ad esempio, sostiene che per vedere le cose davvero bisogna mettersi in uno stato che è a metà tra il sonno e la veglia; dobbiamo essere in uno stato di incoscienza che ci aiuta a vedere veramente. L’idea della soglia: non sei né da una parte né dall’altra e stando sulla soglia riesci a percepire quello che normalmente ti sfugge.

Perchè normalmente si é troppo coinvolti a livello concreto e necessariamente serve prendersi una pausa da quella che è la concretezza a cui siamo abituati nella quotidianità per riuscire a vedere oltre.

Io leggendo Ponge non potevo fare altro che pensare ai grandi quadri di Gnoli; quando crea dei colli di camicia grandi quanto un cratere di vulcano oppure il bottone di due metri di diametro, è chiaro che ti spinge a percepire le cose in modo diverso. La tua esperienza fa sì che tu possa subito riconoscerli, però li percepisci come se fossere altro da te.

Il fatto di decontestualizzare gli oggetti portandoli all’interno dell’allestimento non comporta che ad interagire siano soltanto l’oggetto e lo spettatore, ma anche oggetto e spazio. Questo per te avviene abitualmente.

Si, questo lo faccio abitualmente perchè è un aspetto che mi interessa molto e perchè credo che una delle cose importanti dell’arte dal Sessantotto in poi sia quella di considerare unitamente luogo che la ospita e opera che ingloba in se stessa lo spazio; essa non è finita nel momento in cui porti a termine l’oggetto, ma è finita nel momento in cui questo oggetto viene inserito all’interno di uno spazio. Non è un caso se uno dei progetti che porto avanti da quasi vent’anni, Meccaniche della Meraviglia, nasca proprio da questa riflessione.

Quindi le sale di Palazzo Bertazzoli sono strettamente legate alla genesi della mostra.

L’idea di fondo per questa mostra è nata quando ho visto il Palazzo, caratterizzato da un’architettura imponente e dalla presenza altrettanto imponente della pannellatura utilizzata per poter esporre. Allora ho pensato di inglobare la pannellatura nell’opera, facendo in modo che il supporto diventasse esso stesso opera, trasformandolo in una sorta di grande collage. Mi piace molto l’idea poiché ritengo il collage una delle più grandi rivoluzioni del ‘900, quasi come l’improvvisazione all’interno della musica jazz. Se pensiamo che il collage è l’operazione di prendere immagini esistenti, distruggerle in parte e aggiungerne altre per creare un qualcosa di completamente diverso dalla situazione di partenza. Tu crei un’immagine attraverso qualcosa che già esiste. Ed è quello che fanno i musicisti jazz quando partono da una melodia, la stravolgono al punto da renderla altro.

Dicevamo che in questa mostra devi confrontarti con l’ambiente, con i suoi pregi e difetti. La tua formazione nell’ambito della scenografia condiziona quindi la tua ricerca e i tuoi progetti.

Io credo che tutto lo sviluppo del mio lavoro nasca da lì. La scenografia secondo me, dopo i primi vent’anni del ‘900, diventa forse l’arte più importante in assoluto, perchè deve necessariamente confrontarsi con lo spazio. Non è un caso se le grandi rivoluzioni teatrali novecentesche abbiano sempre a che fare con gli artisti, a partire dai balletti russi, ma anche la grande rivoluzione teatrale del teatro povero di Grotowski, dei grandi gruppi teatrali nati in Italia tra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’70, in cui il teatro nasceva da un rapporto diretto tra un attore e un artista.

Non riuscirei mai a pensare ad un lavoro, se non all’interno di uno spazio ben preciso.

E’ il luogo, la situazione, che ti suggerisce una serie di sensazioni, di riflessioni…

Fellini, che è stato uno dei più grandi improvvisatori delle arti visive, diceva che la sua improvvisazione era una sorta di disponibilità a percepire tutto ciò che i collaboratori, gli imprevisti, l’ambiente o l’atmosfera riservano. L’atteggiamento di disponibilità è un’altra dote che l’artista deve avere, perchè si deve mettere in ascolto di tutto ciò che gli sta intorno

Quindi gli elementi fondamentali sono il caso, le cose, lo spazio e la disponibilità

L’artista deve cogliere lo stimolo del caso, percepire le sensazioni suggerite dalle cose, farle proprie e organizzarle in uno spazio, che ne è l’essenza.

 

Cinzia Zanetti